lunedì 13 luglio 2009

Step 2a: anatomy of the hacker mind

Mi si conceda una digressione etico-morale, ma mi è venuto in mente sentendo recenti castronerie televisive che gli italiani non hanno mai ricevuto la definizione sensata della parola "hacker".
L'hacker non è l'essere malvagio che attacca il computer della CIA, nonostante questo sia quello che i giornali vogliono farci credere. L'hacker è il programmatore che più per passione che per consocenze o scopi reali si mette a fare programmini per se o per altri. Gli hacker sono tanti e nascosti nelle comunità (vanno dal tecnico informatico della scuola di paese all'ex ferroviere pensionato al cuoco con la passione per i videogiochi educativi). Sarebbe a vantaggio di tutti se questi hacker si mettessero in comunicazione tra loro e a loro volta con gli enti locali, poichè sarebbero un utilissimo strumento per gestire e chiedere informazioni o consentire loro di prendere parte in decisioni che possano far parte del loro ambito applicativo (come fare il sito del comune, su cosa puntare per migliorare l'efficienza comunicativa e, perchè no, creare una specie di squadra per interventi informatici rapidi e a basso costo in ambito comunale).
La cosa divertente è che non servono soldi, incentivi fiscali, cose materiali per convincere gli hacker e i nerd a collaborare e fare insieme qualcosa di interessante. Basta, come hanno capito oramai quasi ovunque, dire "gente, qui c'è dello spazio, vi offriamo del cibo e voi potete scrivere codice nei prossimi X giorni. Questo mese l'argomento è Y". E se la cosa è ben organizzata, si inizia a generare un effetto positivo che va a richiamare nuovi hacker, e si inizia a organizzare anche piccole conferenze attorno al guru di un dato argomento (ma questo processo è abbastanza naturale ed evolutivo). Non appena la cosa ha una dimensione decente, iniziano anche ad arrivare gli sponsor, dai negozi di informatica alle agenzie di software alle piccole startup della zona.
Spero sia chiaro: per comprarci ci vuole davvero poco... ;)